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Le cupole di acciaio specchiato di Simone Lingua mi rammentano gli oblò che punzecchiano le pareti del Tardis, quella cabina a viaggiare nel tempo del Dr. Who – che è più grande dentro che fuori! – Ed è vero che sembrano fluttuare e distorcere lo spazio mentre ce ne avviciniamo o ci spostiamo lungo l’installazione. Sono mille finestre o mille lenti sospese che rifrangono lo spettatore incuriosito; tante lenti quanto gli occhi del demiurgo Argo Panoptes, che tutto vede e tutto controlla. Lenti viventi, cristallini che testimoniano, specchiano, traducono il fugace movimento nello spazio e nel tempo del visitatore che, a sua insaputa, diventa attore e parte integrante dell’opera.

Gianni Sarcone